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Se vogliamo prevenire le patologie dei figli curiamo prima i genitori: è un titolo provocatorio, tratto dall’articolo di Maura Manca, che ci offre un insegnamento fondamentale.

“Stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale dei figli. Se mancano i punti di riferimento I figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà. Ho scritto queste parole sul Magazine AdoleScienza.it dopo l’ennesima conferma di quanto i disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stanno aggravando in termini di intensità e di frequenza.

Non possiamo stare inermi a guardare questa lenta e inesorabile distruzione di massa e se vogliamo fare prevenzione dobbiamo accettare questa condizione e cambiare ciò che non funziona. Se prima di fare i cambiamenti non aggiustiamo ciò che non funziona, prima o poi i cerotti si staccano e dobbiamo riparare dall’inizio.

Ciò che a volte si dimentica e che la prima infanzia è una fase estremamente delicata in cui si pongono le basi solide su cui si costruirà un’identità stabile, una personalità forte, una adattabilità del bambino, poi adolescente ed infine adulto. É un periodo di plasticità neuronale e muscolare in cui il bambino è fortemente condizionabile in termini positivi e negativi, anche e soprattutto dall’apprendimento indiretto, ossia dall’esempio delle figure che lo accudiscono e dalle esperienze di vita che caratterizzano la sua vita.

I bambini hanno bisogno del legame, del conforto con il genitore, della relazione sociale, dell’attività fisica, di esprimersi da un punto di vista psicologico e fisico sentendosi contenuti da un adulto in grado di fargli da guida di dargli la mano quando serve e di dirgli “Vai ce la puoi fare da solo” quando è necessario. Hanno bisogno di chi non fa da paracadute solo per un egoismo personale, perché si fa prima, perché è meno faticoso, perché non si ha voglia di discutere con il figlio senza capire che se lo si cresce con la consapevolezza che avrà sempre e comunque un paracadute non spiegherà mai le sue ali. Deve crescere con la consapevolezza di un legame stabile, di essere riconosciuto e accettato, di avere un porto sicuro che gli permetterà di partire, di osare, di sperimentarsi perché sa che avrà dei pilastri su cui contare.

Ciò che invece tristemente vedo è che non si prende più in braccio un figlio per calmarlo, non ci si siede più con lui per farlo ragionare e capire cosa sta accadendo e di cosa ha bisogno, sì da uno smartphone, un tablet, una scorta di un ciuccio digitale che serve da calmante e da ansiolitici. É più facile, è più rapido, i bambini vengono anestetizzati davanti agli schermi e i genitori devono fare i benemeriti affari suoi in santa pace.

Posso comprendere i casi straordinari di necessità, ma ciò che distrugge un figlio e la continuità, la sistematicità, non l’occasionalità. Oggi siamo arrivati anche a non far camminare più i figli, a non insegnargli neanche dove mettere i piedi. Sono dotati di scarpe con le rotelle, di hoverboard (gli skate elettronici) per cui si vedono i bambini sfrecciare da soli e genitori che non si rendono conto dell’importanza di prendere la mano di un figlio e di camminare al suo fianco.

Il problema non è solo psichico, emotivo e di acquisizione di competenze psichiche, è anche fisico, mi trovo sempre più bambini che non sanno correre, saltare, andare in bicicletta, fare una capriola, che sono completamente scoordinate e non hanno il senso dell’equilibrio.

I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani di sbucciarsi le ginocchia, di confrontarsi con gli altri coetanei, non solo con la tecnologia e con gli adulti, non devono solo competere a chi è più bravo, più bello, a chi fa più cose, a chi è più talentuoso, a chi si mette meglio in posa, a chi fa i video e i selfie più belli a prendere già I like sui social.

Hanno bisogno di litigare di fare pace, di capire i propri limiti, il senso dell’amicizia e non di essere amici sui social e mandarsi cuoricini su WhatsApp, le distanze, l’empatia e al rispetto.

Devono crescere sviluppando le capacità di problem solving e le capacità intellettive attraverso la sperimentazione e le prove e di errori. Se si vuole insegnare ad un figlio ad essere responsabile bisogna prima essere responsabili e comportarsi da genitore responsabile.

Inoltre ci si deve ricordare che “in motu vita est”, la vita è movimento. La  staticità spegne, blocca porta alla morte psichica.

Affrontare la vita di petto e in maniera dinamica è il segreto per non ammalarsi e per non farsi schiacciare dagli eventi, anche se troppo spesso questi bambini non sanno neanche cosa sia la motivazione, la grinta, il credere in se stessi e in qualcosa o qualcuno è il senso della fatica. Rischiano di avere perso una partita in partenza perché nessuno ha “perso tempo” ad insegnargli a giocare la loro partita.

Allora non gridiamo allo scandalo, non arriviamo sempre dopo per chiederci il perché, la famiglia deve essere una risorsa fondamentale nel crescere un figlio da cui non si può prescindere ed è lì che dobbiamo investire se vogliamo evitare di continuare a parlare di patologia, disagio e devianza e smetterla di essere il Paese del dopo, della Pietà e dello scandalo, ma iniziare ad essere il paese del prima.

Questo articolo è stato scritto da Maura Manca e pubblicato sull’Espresso il primo settembre del 2017 ne traggo spunto semplicemente perché Condivido pienamente l’idea espressa da Maura Manca e trovo che ora sia proprio il momento giusto per diventare il paese del prima quindi prevenire che sicuramente meglio molto meglio di curare.

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